C'era una stanza nei miei sogni, ed era bella, luminosa, intrisa dell' aria vibrante del tramonto.
C'era una stanza nei miei sogni, e c'era lui che la dominava tutta. Come un attore consumato reclamava il suo posto d'onore sulla ribalta. E le sue mani, le sue labbra, i suoi capelli, tutto, era perfetto. La perfezione esisteva e io la contemplavo furtiva. Ho letto di uomini che si sono rovinati la vita nell'affannosa ricerca del Bello; sciocchi, non avevano ancora visto lui, l'angelo. Dovevo ritenermi fortunata: io lo potevo ammirare. Ma lui vedeva me? Questo dubbio mi lacerava dentro.
Volevo e non volevo farmi scorgere da lui; la timidezza, la ritrosia, il pudore non volevano che lui potesse sospettare i miei rossori. Mi ritraevo così dietro le tende, troppo fragile per avanzare ma troppo codarda per saziarmi di lui.
C'era una stanza nei miei sogni, e sul camino, davanti a lui, in un elegante e panciuto vaso, erano disposte quattro rose. Rimasi a guardarlo rapita mentre sorrideva alle rose. Lui sorrideva e poco dopo una rosa appassiva. I petali volteggiavano sul pavimento di lucido marmo, talmente lucido che mi sarei potuta spechiare. I petali danzavano, erano come delle ballerine che si preparano per il gran finale. Si lanciavano dal caldo e sicuro stelo e volteggiavano, per poi posarsi, delicatamente, ai suoi piedi. Quando le rose rimasero senza petali, grottesche allegorie di se stesse, mi accorsi che non mi bastava più contemplarlo dall' esterno, avevo bisogno di qualche carezza, di sentire la sua voce. Ormai ero pronta per entrare in quella stanza, per attraversare di volata i pochi metri che mi separavano da lui!
Con le rinnovate energie di chi spera spinsi la pesante porta istoriata, pronta per lanciarmi nella stanza. Solo allora mi resi conto che sul portale erano scolpiti i volti di tanti fanciulli ridenti. Che strano, avevo passato interminabili anni ad osservare quella stanza e solo in quel momento mi ero accorta di quel particolare. Ma non riflettei sulle possibili allegorie di quella porta, non mi interessava niente e nessuno: ero a pochi passi dall' angelo e ora ero pronta per sostenere la sua bellezza,la sua perfezione.
Finalmente ero a pochi passi da lui, riuscivo già a sentire il suo calore, la consistenza delle sue vesti, potevo distinguere meglio le sfumature della sua pelle e i riflessi del sole che danzava sui suoi capelli.
Mi lanciai, pronta a cincerlo con l'abbraccio più caloroso. Ma... cos'era quel freddo? cos' era quella sensazione di vuoto? E dov'era lui? Più mi avvicinavo, più cercavo di afferrarlo, più lui si faceva sempre più impalpabile. Etereo. Quando ormai nella stanza aleggiava solo il suo profumo capii. Forse avevo sempre capito, ma era più facile sognare. Forse era lui che non capiva me. Se fosse uscito dalla stanza, se si fosse voltato a guardarmi, forse avremmo risparmiato tutto quel tempo. Forse lui era solo un'illusione, un sogno.
Forse dicevo di capire, ma non avevo capito niente.
Il dolore era troppo forte da sopportare ma alla fine una farfalla entrata dalla finestra riuscì a distrarmi quel tanto che bastava a farmi trovare la forza di alzarmi. Di nuovo. E vidi che la stanza, intorno a me, si riempiva di presenza più solide. Le note zampillavano dalle pareti, arrivavano fino a me e, nonostante il dolore per la perdita dell' angelo, riuscivo a sentirmi completa.
C'era una stanza nei miei sogni, e dopo il vuoto lasciato dalla partenza dell' angelo riuscivo ancora a sperare.
C'era una stanza nei miei sogni, ma non era l'unica del castello.
Intravedevo già una nuova porta.
2 commenti
coerenza
no title for a masterpiece